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Pubblicato il da valresia

ent’annì dopo Adua di Gilberto Barbarino Biografia

 

tratto dal Bollettino Parrocchiale Di Resia
All'Ombra Del Canin - ta pod Canynowo sinco, N.4 Anno 70 - pag.4,5

In merito alla battaglia di Adua del 1896, i cronisti resiani hanno messo nella giusta evidenza la partecipazione ad essa di due cittadini della Valle: Domenico Chinese e Giuseppe Micelli, ma pochi sono a conoscenza che in tale nefasta circostanza erano presenti anche Ferdinando Siega 'Bemba' classe 1873, il signore che appare in divisa coloniale, primo a destra, in piedi, tra altri commilitoni, in una foto, molto interessante, scattata cent’anni fa ed Odorico Di Lenardo 'Vohlic'. La dimenticanza dei cronisti è spiegabile col fatto che sia il Siega sia il Di Lenardo, ritornati miracolosamente salvi ad Oseacco dopo la disastrosa spedizione in Africa, non parlarono mai in pubblico delle loro esperienze etiopiche. Come dar loro torto: una guerra perduta è meglio dimenticarla. Di Odorico sappiamo solo che era in Etiopia negli anni 1895 e 96 e null’altro. Da Ferdinando, invece, c'è arrivato qualche episodio africano raccontato ai figli Valentino, Antonio, Maria e Giuditta ed ai nipoti Anna e Roberto. È passato tanto tempo e sono ormai consegnati alla storia gli atti compiuti dall’Italia a fine ottocento per conquistarsi 'un posto al sole' nei territori del Mar Rosso e in Etiopia: nel 1885 è occupata Massaua e negli anni successivi avviene la penetrazione nell’entroterra abissino, che sfocia - dopo alterne vicende (Dogali, Saati ecc.) - nel trattato di Ljcciatli del 1889 con cui è riconosciuta all’Italia la conquista dell’altipiano etiopico. 1Jno dei firmatari dell’atto è Menelik, ras dello Scioa, il quale, in cambio, chiede armi e munizioni col pretesto di doversi difendere da altri ras, ma ben presto denuncia il trattato e dopo essersi fatto incoronare imperatore d’Abissinia (negus) ed avere ottenuto I’armamento richiesto, volge le sue forze contro il nostro esercito. Informato delle ulteriori conquiste effettuate dagli italiani dopo il trattato, tra cui la stessa Adua, il negus coglie l’occasione per far apparire tali azioni come un atto di aggressione da cui doveva difendersi. Si affretta perciò ad emanare un proclama letto in ogni luogo del suo immenso impero, esortante il popolo a prendere le armi per ricacciare in mare gli invasori. Il risultato fu l’aggregarsi di un’enorme marea umana che convogliò dapprima ad Addis Abeba e quindi si diresse verso nord contro gli italiani. Di conseguenza, il gen. Baratieri, responsabile delle nostre truppe in Abissinia, si predispose alla difesa dei territori presidiati dagli italiani. Il primo scontro con gli abissini comandati dal ras Makonnen, padre di Hailè Selassiè, si ebbe al passo dell’Amba Alagi (monte alto 3411 con dislivello di quasi mille metri sul villaggio omonimo). I soldati italiani, al comando del maggiore Toselli, vi combatterono come eroi, tanto che dagli avversari furono chiamati 'ambasah' (leoni), ma data l’enorme differenza di forze, dopo strenua lotta a difesa del passo, dovettero cedere e ripiegare dapprima sul forte di Makallè e quindi a Saurià, nei pressi di Adua, dove a fine febbraio del 1896 finirono per concentrarsi tutte le forze italiane presenti nel Tigrè. Siccome, per motivi logistici ed altro, il posto non dava garanzie di successo, i capi del contingente italiano decisero di avanzare verso alcuni colli da dove attaccare gli abissini contemporaneamente con tre distinte colonne comandate rispettivamente dai generali Arimondi, Dabormida ed Albertone. Tale strategia però non poté essere attuata in quanto durante il trasferimento delle truppe vi fu molta confusione e non furono rispettati i tempi e i luoghi dell’azione, sicché le nostre colonne si trovarono isolate una dall’altra e poterono essere attaccate e sopraffatte dal nemico una per volta. Pochi dei nostri soldati poterono salvarsi e - con enormi fatiche evitando di essere trucidati dagli indigeni in rivolta, patendo la fame e la sete - raggiungere i centri piu a nord tenuti ancora dagli italiani. Tra essi Domenico Chinese, Giuseppe Micelli, Odorico Di Lenardo e Ferdinando Siega 'Bemba'. Quest’ultimo, come detto, non parlò quasi mai della battaglia di Adua e non si sa come poté uscirne vivo. Raccontava, a volte, di come gli abissini - che lui chiamava tutti 'axnri', non solo quelli schierati #con gli italiani in un corpo speciale, formato da eritrei, creato dal generale Baldissera si materializzassero a gruppetti davanti ai suoi occhi avvolti in lunghi camicioni bianchi, tirassero la schioppettata 0 la lancia contro gli italiani e poi scomparissero nel nulla com’erano apparsi. E possibile che egli, ormai veterano, sia entrato in azione ad Adua soltanto all’ultimo momento ed abbia, di conseguenza, ricevuto l’ordine di ritirarsi o il 'si salvi chi può' prima di essere gettato nella mischia per il corpo a corpo finale, il cosiddetto 'assalto alla baionetta'. Ricordava, invece, Ferdinando, gli interminabili viaggi in mare e le lunghe marce a piedi, chilometri e chilometri su terreni impervi, spesso a piedi nudi, con le scarpe a tracolla, un po’ per risparmiarle e un po’ per non far sanguinare le dita nel rigido cuoio, sempre rimpiangendo le comode, tenere 'opanke'. Nei suoi riferimenti alla guerra abissina ricorrevano i nomi del gen. Baratieri, ma soprattutto quello del mag. Toselli, perché Ferdinando fu uno degli 'anzbasak' dell’Amba Alagi e quindi uno dei difensori di Makallè. Poche dunque le notizie che lui ha dato sulle varie battaglie combattute, ma un episodio specifico molto interessante della sua esperienza etiopica lo ha più volte raccontato a figli e nipoti: 'La mia compagnia fu posta a presidio della cima di un’alta montagna. Di viveri ne avevamo e potevamo anche procurarci della selvaggina, ma il problema dell’acqua si presento fin dal primo giorno. Per procurarcene, dovevamo scendere fino alle pendici della montagna, con un viaggio, tra andata e ritorno, di circa tre ore. I primi a scendere, un veneto e un pugliese, tornarono con otri e borracce piene d’acqua. Poi scesero un piemontese ed un abruzzese, ma non tornarono più. Il terzo giorno fu il turno di un altro piemontese e di un romano, ma anch’essi non tornarono. Il quarto giorno il comandante (il ten. Bodrero?) decise di mandare giù uno solo dei suoi soldati, estratto a sorte, con sei borracce, senza otri e senza il fucile, ma solo con la baionetta. Toccò a un friulano che purtroppo non vedemmo più. Poi a un toscano che tornò vivo, ma senz’acqua: discesa la montagna aveva notato un certo movimento vicino al torrente ed era tornato sui suoi passi. L’acqua della riserva si era ormai esaurita ed anche il ritorno di un altro veneto mandato al torrente era stato attesa invano, quando la sorte toccò a me. TI comandante mi avvicinò prima che mi mettessi in viaggio e dopo aver saputo come mi chiamavo, mi disse: 'Siega, cerca di non farti beccare anche tu;‘ agisci come meglio credi e dettici quanto tempo vuoi, ma torna con l’acqua. . . .è un ordine!'. Mi incamminai con tre borracce per spalla (sulla montagna ne erano rimaste al fine ben poche e con un solo ore) e la baionetta nella cinta. Man mano che scendevo, poteva essere come dal Chila arrivare al torrente sotto Uccea, i pensieri più neri affollavano la mia mente: chissà se avrei più rivisto i miei cari, la mia terra, la mia gente. Una preghiera alla Madonna mi uscì spontanea. A circa metà percorso, dove il sentiero principale s’intersecava con altri, mi apparve davanti all’improvviso e inatteso un vecchio dalla pelle scurissima in aperto contrasto con i capelli e la barba crespi, ricci e bianchissimi. Era uno dei tanti pastori che in zona accudivano le loro greggi, ma a me parve un capo, con quel portamento austero e il lungo bastone nodoso impugnato come uno scettro. Istintivamente lo salutai chinando la testa e aprii le braccia per significargli che andavo in pace. Egli rispose alzando brevemente il bastone. Mi fece percorrere altri 20-30 metri, poi richiamò la mia attenzione con un piccolo grido. Voleva comunicarmi qualcosa. Le parole che pronuncio furono per me incomprensibili, ma dai gesti che mi fece con le mani e dall’espressione degli occhi, il suo messaggio mi fu chiarissimo: 'Non scendere al torrente, perché là qualcuno ti aspetta e ti taglierà la gola. Prendi invece questo sentiero e subito dopo il primo costone, troverai l’acqua'. Il buon vecchio quindi si mosse e in breve scomparve alla mia vista e non ebbi più modo di rivederlo almeno per ringraziarlo del bene che mi aveva fatto. Seguii, dunque il suo consiglio, presi il sentieruccio che risaliva per un po’ e poi tagliava per traverso la montagna e dopo qualche ricerca trovai l’acqua. Solo una piccola vena, ma. continua, che mi permise di riempire le borracce e portarle in cima, per tornare piu volte poi alla piccola fonte fino a riempire tutti i recipienti che avevamo a disposizione. Fui molto festeggiato dai miei compagni e il comandante promise che mi avrebbe segnalato per una benemerenza'. Di tale riconoscimento non v’e traccia ufficiale. Il Siega, comunque, dev’essersi distinto anche in precedenza, in quanto, sul suo petto, nella foto, spicca una medaglia. Quarant’anni dopo, il figlio Antonio era inviato in Etiopia al seguito del contingente italiano questa volta vittorioso sugli abissini. Quando Ferdinando lo seppe, si ammalo ('no, tra gli ascari no, ripeteva) e poco dopo morì.

Antonio, ripercorse lo stesso cammino del padre: Massaua, Adua, Makallè.. . , e arrivo fino ad Adis Abeba. Al suo fianco, unitamente ad altri resiani, dei quali le cronache si sono ampiamente occupate, destino volle il figlio di Odorico 'Vohlìc': le orme dei padri ricalcate dai figli a cadenza di tempo, nell’Africa Tropicale, a oltre cinquemila chilometri dalla Valle di Resia. A testimonianza di ciò, nell’interno del coperchio di una cassetta tipo valigia, ancora oggi custodita ad Oseacco, si legge: 'Di Lenardo Ettore - 11 Regg. 'Centuria Lavoratori'- V Gruppo - X Comp.-A.O.I. - Eritrea GHI - GHI - MIA 1936 24 dicembre - e, in parte, il nome dell’estensore: Siega Antonio 'Bemba'.

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V
ti sarei grato se per cortesia me le mandi per i.mail.se le fa piacere le vorrei pubblicare sui miei due siti-grazie     ----- i.mail    folad@libero.it
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S
Una vera miniera di informazioni questo sito. Non sapevamo che il bisnonno Odorico e suo figlio Ettore avessero combattuto in Africa.Anche l'altro figlio di Odorico, Placido - nostro nonno - era in Africa a fine anni 30-inizi 40, però per lavoro. Conserviamo delle belle foto - forse con altri resiani? - che lo ritraggono abbigliato con casco coloniale e... opanke!sbuhanSELENE E SABRINA D.L. VOGLIC
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